Mediterraneo 2025: anatomia di una strage annunciata

Mediterraneo 2025: anatomia di una strage annunciata

Oltre 1.300 vittime in nove mesi. Ma le politiche europee continuano a ignorare l’emergenza umanitaria in mare

Sono passati poco più di trent’anni dal naufragio della Kater i Radës, quando 108 albanesi morirono nel Canale d’Otranto. Era il 1997 e quella tragedia scosse l’opinione pubblica italiana. Oggi, nel 2025, il Mediterraneo ha inghiottito 1.300 persone in soli nove mesi e la notizia fatica persino a fare notizia.

I numeri raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni tracciano una geografia della disperazione che dovrebbe interrogare profondamente le coscienze europee. Ottocento ottantacinque morti sulla rotta centrale tra Libia e Italia. Un morto ogni 58 arrivi: una percentuale di mortalità che farebbe chiudere qualsiasi compagnia di trasporti al mondo, ma che qui viene accettata come un’inevitabile “esternalità” delle politiche migratorie.

La rotta delle Canarie: dove il rischio è triplicato

Se la rotta centrale rimane la più letale in termini assoluti, è la via atlantica verso le Canarie a conquistare il primato macabro del tasso di mortalità più elevato al mondo. Un decesso ogni 33 sbarchi significa che il 3% di chi parte dalle coste dell’Africa occidentale non arriverà mai a destinazione.

Le ragioni sono facilmente comprensibili per chiunque conosca quelle acque. Le correnti oceaniche al largo di Mauritania e Senegal sono tra le più forti e imprevedibili del pianeta. Le imbarcazioni utilizzate – spesso semplici piroghe di legno chiamate “cayucos” – devono affrontare tratte che possono superare i 1.500 chilometri in mare aperto, con navigazione che può durare settimane.

Eppure, nonostante l’evidenza del pericolo, questa rotta ha visto un incremento significativo degli arrivi nel 2025. Un paradosso solo apparente: l’intensificazione dei controlli nel Mediterraneo centrale, gli accordi con la Libia e la Tunisia, le operazioni di respingimento hanno semplicemente spostato i flussi, non li hanno fermati. Come l’acqua che cerca sempre una via, le persone trovano percorsi alternativi, anche quando sono più pericolosi.

Le morti invisibili dentro l’Europa

C’è poi un capitolo della tragedia che raramente trova spazio nei titoli dei giornali: i 243 morti lungo le rotte interne europee. Sono i corpi ritrovati nelle foreste al confine tra Bielorussia e Polonia, i migranti morti assiderati sui Pirenei, le vittime di incidenti lungo le autostrade durante i tentativi di attraversare i confini nascosti nei camion.

Queste morti avvengono in territorio europeo, spesso a pochi chilometri da città sicure e prospere. Sono il risultato diretto della militarizzazione delle frontiere interne, dei respingimenti sistematici, della mancanza di corridoi umanitari legali. Sono morti che raccontano come il confine dell’Europa non sia più solo geografico, ma si sia frammentato in una rete di barriere mobili che attraversa l’intero continente.

Il fallimento delle politiche di deterrenza

I dati del 2025 confermano quello che numerosi studi dimostrano da anni: le politiche di deterrenza non funzionano. O meglio, funzionano solo nel rendere i percorsi più pericolosi, non nel fermare le partenze.

Chi decide di attraversare il Mediterraneo o l’Atlantico lo fa perché le alternative sono peggiori. Guerre, persecuzioni, povertà estrema, cambiamenti climatici che rendono inabitabili intere regioni: questi sono i fattori che spingono le persone a partire. Un migrante che fugge dalla guerra in Sudan o dalla siccità nel Sahel non rinuncia al viaggio perché il tasso di mortalità è del 2% o del 3%. Semplicemente, non ha scelta.

Eppure, il dibattito politico europeo continua a ruotare ossessivamente intorno al concetto di “controllo dei flussi”, come se bastasse alzare abbastanza muri o firmare abbastanza accordi con paesi terzi per far scomparire il fenomeno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sempre meno arrivi irregolari in alcuni tratti (anche se non nel Mediterraneo centrale, dove paradossalmente aumentano), ma una mortalità in costante crescita.

Le alternative esistono

Le organizzazioni umanitarie, l’OIM, l’UNHCR ripetono da anni le stesse raccomandazioni: apertura di corridoi umanitari legali, rafforzamento delle operazioni di ricerca e soccorso, programmi di reinsediamento, cooperazione vera con i paesi di origine che non si limiti al controllo delle frontiere.

Alcuni esempi virtuosi esistono. I corridoi umanitari gestiti dalla Comunità di Sant’Egidio hanno portato in Italia migliaia di rifugiati siriani e afghani in totale sicurezza, con costi irrisori per lo Stato e un tasso di integrazione elevatissimo. Il Canada ha accolto decine di migliaia di rifugiati attraverso programmi di sponsorizzazione privata con risultati eccellenti.

Ma questi rimangono esperimenti marginali rispetto alla dimensione del fenomeno. L’Europa, che ospita meno del 10% dei rifugiati mondiali nonostante sia una delle aree più ricche del pianeta, continua a comportarsi come se fosse assediata da un’invasione inesistente.

Una questione di scelte politiche

Alla fine, le 1.300 morti del 2025 non sono una fatalità, né un’inevitabile conseguenza dei flussi migratori. Sono il risultato di precise scelte politiche. La scelta di non organizzare soccorsi adeguati. La scelta di criminalizzare le ONG che salvano vite in mare. La scelta di finanziare la guardia costiera libica nonostante le documentate violazioni dei diritti umani. La scelta di non aprire vie legali di ingresso.

Ogni corpo recuperato in mare o trovato lungo un confine rappresenta un fallimento collettivo. Non il fallimento nel “fermare l’immigrazione”, ma il fallimento nel preservare i valori fondamentali su cui l’Europa pretende di essere costruita: il rispetto della dignità umana, la protezione dei più vulnerabili, il diritto alla vita.

Mentre scriviamo questo articolo, altre imbarcazioni stanno probabilmente salpando dalle coste libiche o senegalesi. Altre persone stanno mettendo in gioco la propria vita per un futuro migliore. Alcune di loro non arriveranno a destinazione. E noi, ancora una volta, ci chiederemo come sia potuto accadere, fingendo di non sapere che la risposta sta nelle scelte che facciamo – o che non facciamo – ogni giorno.


I dati citati in questo articolo provengono dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e da organizzazioni non governative che monitorano le rotte migratorie nel Mediterraneo e nell’Atlantico.

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