CPR di Gjader: un anno di operatività tra costi record e nodi irrisolti
Cinquantanove rimpatri in quattordici mesi. È questo il bilancio del centro albanese che doveva rappresentare la svolta nella gestione dei flussi migratori
GJADER (Albania) – I numeri parlano chiaro, ma raccontano una storia complessa. Dal CPR di Gjader, inaugurato nell’ottobre 2024 come fiore all’occhiello dell’accordo Italia-Albania, sono stati effettuati appena 59 rimpatri fino al 5 dicembre 2025. Una media di poco più di quattro espulsioni al mese, per una struttura progettata con una capienza di 144 posti nel centro per i rimpatri e 880 nel centro di trattenimento per richiedenti asilo.
La geografia dei rimpatri
La maggior parte delle persone espulse – 54 su 59 – ha lasciato l’Albania per essere rimpatriata via Roma Fiumicino. Un dato che solleva interrogativi sulla logica stessa del “modello Albania”: se i migranti devono comunque transitare per l’Italia, quale vantaggio operativo offre il centro extraterritoriale?
Tra i rimpatriati da Fiumicino, spiccano 11 algerini e altrettanti nigeriani, 9 pakistani, 5 bengalesi, 4 indiani. Seguono numeri minori per altre nazionalità: turchi, senegalesi, moldavi, e casi isolati di georgiani, ivoriani, kazaki, marocchini, honduregni, ghanesi e camerunensi.
I restanti cinque rimpatri – tutti cittadini egiziani – rappresentano invece il vero esperimento: il 9 maggio 2025, dopo una settimana di permanenza a Gjader, sono stati trasferiti direttamente su un volo charter della Malta MedAir decollato dal Cairo. L’Italia testava così il centro come “return hub” extraeuropeo, un modello che aggira i confini dell’Unione per gestire le espulsioni.
Il peso dei costi
Ma è sul piano economico che il progetto mostra le sue contraddizioni più evidenti. Il costo pro-capite giornaliero nel CPR di Gjader raggiunge i 108,04 euro, oltre tre volte la media nazionale italiana dei centri di permanenza per il rimpatrio. Una cifra che, moltiplicata per la capienza teorica e i giorni di operatività, porta a una spesa complessiva che stride con i risultati ottenuti.
La gestione del complesso è stata affidata alla cooperativa Medihospes attraverso una procedura negoziata che ha sollevato critiche sulla trasparenza degli appalti. E mentre i costi lievitano, il centro resta largamente vuoto: i trasferimenti dall’Italia sono stati sporadici, ostacolati da quello che molti osservatori definiscono il vero tallone d’Achille del progetto: l’impianto giuridico.
Il labirinto legale
Le sentenze si susseguono, e tutte puntano nella stessa direzione. La Corte di Cassazione ha espresso dubbi sulla legittimità dei trasferimenti da CPR italiani verso l’Albania. I tribunali ordinari hanno più volte bloccato i trattenimenti, richiamando il diritto europeo. Il nodo centrale è duplice.
Da un lato, c’è la questione dei “paesi sicuri”. La magistratura italiana, con in prima fila giudici come Silvia Albano, ha chiarito che le liste compilate dall’Unione Europea non sono automaticamente vincolanti: ogni caso richiede una valutazione individuale. Non basta che l’Egitto o il Bangladesh figurino in un elenco governativo perché un cittadino di quei paesi possa essere considerato non bisognoso di protezione.
Dall’altro, c’è una violazione più strutturale del diritto comunitario. La direttiva rimpatri dell’UE non prevede che le espulsioni possano essere gestite da paesi terzi. L’Albania non è territorio europeo, eppure l’Italia vi esercita una giurisdizione de facto che pone interrogativi costituzionali e internazionali. Il protocollo Roma-Tirana disegna un’enclave giuridica dai contorni incerti, dove si applica il diritto italiano ma fuori dai confini nazionali.
Un modello esportabile?
Nonostante i numeri deludenti e le criticità legali, il governo italiano continua a presentare il centro di Gjader come un modello potenzialmente replicabile. L’esperimento del “return hub” extraeuropeo – quello dei cinque egiziani rimpatriati via Tirana – viene indicato come la strada da percorrere: esternalizzare non solo l’accoglienza, ma l’intero processo di espulsione.
Tuttavia, l’evidenza empirica racconta un’altra storia. In quattordici mesi, meno di sessanta persone hanno effettivamente lasciato il centro albanese per tornare nei loro paesi d’origine. Un dato che, rapportato agli investimenti sostenuti e alla capacità teorica della struttura, fotografa un’operazione ben lontana dall’efficienza promessa.
Le domande aperte
Il caso Gjader solleva interrogativi che vanno oltre i numeri dei rimpatri. È sostenibile un modello che costa oltre tre volte la media nazionale e produce risultati così limitati? È compatibile con il diritto europeo una gestione extraterritoriale delle politiche migratorie? E soprattutto: chi paga il conto di questa sperimentazione?
Mentre il dibattito politico si infiamma tra chi difende il progetto come deterrente e chi lo considera uno spreco di risorse pubbliche, il centro di Gjader continua la sua operatività a singhiozzo. Cinquantanove rimpatri in quattordici mesi. Quattro al mese. Uno ogni sette giorni, in media.
I numeri, alla fine, parlano chiaro. Forse non nel modo che ci si aspettava.
