Rimpatri, l’Italia accelera ma l’Europa arranca: solo un quarto delle espulsioni va a buon fine
Il Viminale rivendica 153 rimpatri in una settimana, ma i dati Ue rivelano un sistema ancora inefficace
Roma — Centocinquantatré persone rimandate nei Paesi d’origine in sette giorni. È il bilancio che il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha diffuso sabato scorso, rivendicando l’intensificazione degli sforzi del governo sul fronte delle espulsioni dei migranti irregolari. Una cifra che il Viminale presenta come prova tangibile di un impegno costante, in linea con le priorità dell’esecutivo in materia di immigrazione.
Eppure, dietro i numeri della settimana che precede il 14 dicembre 2025, si nasconde una realtà europea ben più complessa e contraddittoria. Perché se l’Italia cerca di accelerare il passo sui rimpatri, il resto del continente continua a procedere a rilento, con risultati che restano largamente insoddisfacenti.
Il paradosso europeo: ordini di espulsione che restano sulla carta
I dati del secondo trimestre 2025 parlano chiaro: nell’Unione Europea meno del 25% degli ordini di espulsione emessi viene effettivamente eseguito. Tre provvedimenti su quattro, quindi, rimangono lettera morta. Le persone irregolari destinatarie di un decreto di allontanamento continuano a circolare sul territorio europeo, spesso spostandosi da un Paese all’altro, sfruttando le lacune di un sistema frammentato e privo di coordinamento reale.
Le cause di questo fallimento sono molteplici. In primo luogo, la mancanza di accordi di riammissione efficaci con i Paesi di origine dei migranti, che spesso si rifiutano di riconoscere i propri cittadini o pongono ostacoli burocratici insormontabili. Poi ci sono le difficoltà logistiche nell’organizzare i voli di rimpatrio, i costi elevati delle operazioni e, non ultima, la resistenza opposta da parte di chi dovrebbe essere espulso, che talvolta rende impossibile l’identificazione o la partenza forzata.
A tutto questo si aggiungono le battaglie legali, con ricorsi che si trascinano per mesi nei tribunali amministrativi, e le pressioni delle organizzazioni umanitarie, che denunciano violazioni dei diritti fondamentali nei Paesi di destinazione.
Il modello Italia-Albania: una scommessa ancora tutta da verificare
Per superare questo stallo, l’Italia ha proposto e ottenuto dall’Unione Europea l’approvazione di un nuovo modello: rimpatri accelerati e creazione di hub di trattenimento in Paesi terzi, sul modello dell’accordo siglato con l’Albania. Bruxelles ha dato il via libera a questa strategia, che prevede la possibilità di trasferire i richiedenti asilo in strutture extraterritoriali, dove verrebbero esaminate le loro domande in tempi rapidi, per poi procedere con i rimpatri nei casi di diniego.
Una soluzione che, nelle intenzioni del governo italiano, dovrebbe fungere da deterrente per i flussi irregolari e accelerare le procedure di espulsione. Ma che resta, per ora, un esperimento in fase iniziale, con esiti tutti da verificare. I critici sottolineano i rischi di creare “zone grigie” dove i diritti dei migranti potrebbero essere più facilmente violati, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica e dei controllori internazionali.
Paesi sicuri e procedure rapide: un meccanismo che si inceppa
Un altro pilastro della strategia italiana è l’applicazione delle procedure accelerate per chi proviene da Paesi considerati sicuri dall’Unione Europea. Nel 2025, quasi la metà dei migranti sbarcati sulle coste italiane – il 49% per la precisione – arriva da nazioni inserite in questa lista, che dovrebbe consentire esami più rapidi delle domande di asilo e rimpatri celeri in caso di rigetto.
Sulla carta, un meccanismo efficiente. Nella pratica, però, le cose si complicano. Tra chi arriva ci sono minori non accompagnati, donne in stato di gravidanza, persone con gravi problemi di salute o vittime di torture e violenze. Categorie vulnerabili per le quali le procedure accelerate non possono essere applicate, o devono essere sospese in attesa di valutazioni più approfondite.
Il risultato è che una quota significativa dei migranti che dovrebbero beneficiare di un iter rapido finisce per rimanere nel sistema ordinario, con tempi che si dilatano e rimpatri che slittano a tempo indeterminato.
Modelli europei a confronto: quando il rimpatrio diventa volontario
Mentre l’Italia punta sulla fermezza e sull’accelerazione delle espulsioni forzate, altri Paesi europei stanno sperimentando approcci radicalmente diversi. La Svezia, ad esempio, ha deciso di investire su incentivi economici sostanziosi per favorire i rimpatri volontari. Fino a 30.000 dollari a persona per chi accetta di lasciare il territorio nazionale e tornare nel proprio Paese d’origine.
Una cifra che fa discutere, ma che secondo il governo di Stoccolma potrebbe rivelarsi più efficace – e meno costosa nel lungo periodo – rispetto alle espulsioni coatte, che richiedono dispiegamenti di forze dell’ordine, assistenza legale, trattenimenti prolungati e voli charter.
L’approccio svedese solleva interrogativi sull’opportunità di integrare anche in Italia meccanismi di questo tipo, che potrebbero ridurre il carico sui centri di accoglienza e accelerare i rientri di chi, pur senza diritto di permanenza, non ha prospettive concrete di integrazione.
Le piazze si dividono: tra chi chiede più rimpatri e chi protesta
Sul tema dei rimpatri, il Paese resta profondamente diviso. Da una parte c’è chi chiede al governo di fare di più, di accelerare ulteriormente le espulsioni e di non cedere alle pressioni di chi vorrebbe una gestione più “morbida” dell’immigrazione irregolare. Dall’altra, associazioni umanitarie, sindacati e movimenti della società civile che denunciano condizioni disumane nei centri di trattenimento e violazioni dei diritti fondamentali.
Solo pochi giorni fa, a Trento, oltre mille persone sono scese in piazza per protestare contro i centri per il rimpatrio, definiti “luoghi di morte” dai manifestanti. Uno slogan che sintetizza la preoccupazione di chi teme che, dietro l’efficienza delle procedure, si nascondano tragedie umane e storie di persone respinte verso Paesi dove rischiano persecuzioni, torture o la morte.
Una sfida che va oltre i confini nazionali
I centocinquantatré rimpatri della settimana scorsa sono un segnale dell’impegno italiano, ma restano una goccia nel mare di un fenomeno che richiede soluzioni strutturali, non solo nazionali ma europee. Senza accordi solidi con i Paesi di origine dei migranti, senza un coordinamento reale tra gli Stati membri e senza risorse adeguate per gestire le procedure, i rimpatri continueranno a essere un tallone d’Achille delle politiche migratorie.
L’Europa ha approvato il modello italiano, ma ora tocca dimostrare che funziona. E che dietro i numeri e le dichiarazioni ci sia davvero una politica capace di coniugare fermezza nella legalità con rispetto dei diritti umani. Una sfida difficile, forse la più difficile, in un continente ancora diviso tra chi vorrebbe chiudere le frontiere e chi chiede di aprirle.
